Allegiant, di Veronica Roth – Recensione

Qui di seguito troverete la recensione che la nostra Manu ha lasciato a Allegiant (Divergent #3. Cliccate qui per leggerla su Goodreads).
Avvisiamo fin da ora che il suo commento è SPOILER, e dunque quanti non vogliono rovinarsi il romanzo dovrebbero astenersi da leggere.

 

 

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Voto: 1 stella su 5

 

Allegiant è stato scritto da un ghostwriter, neanche tanto bravo, e nessuno mi convincerà mai del contrario.
È davvero noioso, e durante la lettura continuavo a cercare motivi per lasciare il libro sul comodino, e Dio sa che sono il tipo di persona che non lascia MAI un libro prima della fine se non ha un motivo davvero valido per farlo.
E la cosa è ancora più fastidiosa se penso che sia Divergent che Insurgent erano entrambi così accattivanti e coinvolgenti, così magici in un certo senso, che pensare di lasciarli da parte per un po’ sembrava IMPOSSIBILE, nonostante tutto il fastidio che si potesse provare per alcuni atteggiamenti di Tris.

Perciò, ho intenzione di esaminare tutti i motivi per cui questo romanzo non mi è piaciuto.

1) Punti di Vista (POV) 

Non mi è piaciuta la scelta del doppio POV. Posso capire i motivi per cui Veronica Roth ha dovuto fare questa scelta—altrimenti la storia sarebbe rimasta a metà, perché quando decidi di uccidere il tuo POV allora devi per forza scegliere qualcun altro che possa continuare a raccontare—ma non mi è piaciuta perché quando fai una scelta coraggiosa come questa—e cambiare POV nel libro conclusivo della tua serie, quando hai usato lo stesso singolo POV in entrambi i primi due romanzi della stessa serie è una scelta coraggiosa, devi sapere cosa stai facendo e devi farlo bene.
Veronica non è stata in grado di differenziare le voci di Tris e Tobias. E mi ha dato un fastidio incredibile, perché in una NARRAZIONE INTERNA IN PRIMA PERSONA il lettore dovrebbe sempre essere in grado di capire chi sta parlando in quel momento. E qui non succede.
Le voci di Tobias e Tris non hanno alcuna differenza, e per buona parte (se escludiamo le ultime 100 pagine, oserei dire per tutto il romanzo) sembra che manchino di quella personalità che abbiamo imparato ad amare sia in Divergent che in Insurgent. Ok, io ho odiato la personalità di Tris, in più di qualche caso, ma amavo davvero quella di Tobias. E mi sono davvero mancati entrambi, anche se Tris mi faceva così arrabbiare, in alcuni casi.
Perciò, Tobias e Tris non hanno differenze nel modo di parlare ed agire. È come se condividessero un unico cervello. Che per carità, è la realtà, visto che i loro pensieri provengono tutti dalla stessa testa, ma non dovrei pensare ai pensieri dell’autore quando sto leggendo il suo romanzo!

Per di più, ho trovato la scelta del secondo POV davvero sbagliata, nel senso che avere due narratori che sono protagonisti dello stesso “lato” della vicenda non è stata una scelta azzeccata, perché il più delle volte ci ha portati a vedere delle cose tramite gli occhi di una persona che non le stava vivendo.
Parlo di tutte le scene che Tobias guarda nei maxischermi del centro di controllo del Bureau, ovviamente, scene che con un punto di vista diverso avrebbero potuto essere molto più coinvolgenti e che invece ispirano soltanto sbadigli e “quanto manca alla fine di questo strazio?”
Ad esempio, la scena in cui Tris vede Evelyn che accarezza la scultura di vetro blu sarebbe stata molto più toccante se scritta dal punto di vista di lei, e soprattutto avrebbe spinto il lettore un po’ di più verso di lei, a comprendere i motivi che l’avevano spinta ad abbandonare suo figlio in mano a un aguzzino (ovvero suo padre)… così sembra un personaggio del tutto privo di una sfera psicologica, e che le scelte che compie vengano dal nulla cosmico. Specialmente la scelta che compie alla fine del romanzo, che ok, può essere giustificata come “amore materno”, ma allora dov’era quell’amore materno quando ha lasciato che Tobias rimanesse col padre?

2) La narrazione 

Una probabile conseguenza immediata del non amare la scelta dei POV è quella di non amare il modo in cui viene portata avanti la narrazione.
Mentre Divergent e Insurgent erano estremamente accattivanti, Allegiant ha la stessa attrattività di un manuale di Sociologia (grazie Susi per il perfetto termine di paragone, io ho usato il libro di patologia generale, ma ammetto che il tuo è più calzante) e Veronica sembra una vittima dell’Infodump–scarica una serie di informazioni non necessarie o eccessive sul lettore, ripetendole all’infinito, ad esempio quando tra i capitoli 20 e 26 assistiamo almeno a sei spiegazioni diverse della struttura della società al di fuori della città di Chicago… una volta poteva bastare—e del “dire senza mostrare”, che è l’errore di tutti gli esordienti, solo che… lei non può essere più considerata un’esordiente e il suo romanzo di esordio era infinitamente migliore di quello che ho avuto tra le mani fino a ieri e che, dopo aver scritto questa recensione, vorrei relegare in un angolino della mia mente e dimenticarmi di averlo letto.

Comunque, la mia impressione è stata quella che Veronica era talmente ansiosa di raggiungere un certo avvenimento che aveva programmato nella trama, o meglio, un paio di avvenimenti che aveva programmato nella trama (ossia il coma di Uriah, per poter dire per l’ennesima volta a Tobias che era un idiota a fidarsi di tutti tranne che di Tris, e la morte di quest’ultima, per fare in modo che Tobias, che ha appena ritrovato sua madre, rimanga comunque la metà di un uomo che è sopravvissuto senza volerlo), al punto che l’unica parte di questo romanzo che mi sento di salvare, perché vi ho trovato lo stile e la bravura di Veronica Roth e tutte le altre ragioni che mi avevano fatto innamorare di questa storia, è costituita dalle ultime trenta pagine, in cui troviamo un Tobias col cuore spezzato che non sa come sopravvivere. Troppo poco per salvare un romanzo che è l’incubo di ogni lettore che amava lo stile di Veronica.
In conseguenza di questa ansia, la narrazione è quasi clinica: Tobias e Tris sembrano non essere partecipi della loro storia, fanno l’elenco di una serie di eventi senza viverli davvero. E non trasmettono nessuno dei loro “supposti” sentimenti—supposti perché dicono di averli, ma non bucano il foglio—al lettore. Come ho già detto, la cosa cambia nelle ultime trenta pagine del romanzo, ma non è sufficiente per farmi cambiare parere sul libro.

Inoltre, la ripetitività di questo romanzo è sconvolgente, al punto che tra i miei appunti a margine, all’inizio del capitolo 24 possiamo leggere queste esatte parole:

“BASTA! Non ne posso più di chiacchierate sulla genetica della razza pura. O sulla genetica del comportamento. O di qualunque altro tipo di genetica! Se ne avessi voluto leggere avrei comprato un MANUALE DI GENETICA, o un MANUALE DI GENETICA APPLICATA IN SOCIOLOGIA, o un qualunque altro manuale che tratti questi argomenti. Non un ROMANZO, che dovrebbe intrattenermi, non ANNOIARMI A MORTE!”

E la ripetitività non è soltanto all’interno del romanzo: nonostante si cambi “location”, per così dire, schemi d’azione e discorsi rimangono gli stessi. Non ci sono cambiamenti. Niente. Nada.

Il nulla cosmico, tanta roba già vista e rivista nei due libri precedenti, e tutto ciò che è nuovo viene presentato in modo noioso e ti fa desiderare che il romanzo finisca presto (e invece no: sono ben 530 pagine di noia).

3) La Trama 

Non so neanche dove iniziare, col disastro che penso che sia la trama di questo romanzo.
Iniziamo con il dire che a leggere tra le righe di questo romanzo, Veronica Roth sembrerebbe aver parafrasato la società statunitense attuale, trasportandola nel futuro e immaginando che non cambierà assolutamente niente.
Nel capitolo 23 troviamo questo passo:

“Here, there’s a chance that if you die, someone will care. Like Rafi, or one of the other leaders,” the guard says. “In the cities, if you get killed, definitely no one will give a damn, not if you are a GD. The worst crime I’ve ever seen a GP get charged with for killing a GD was ‘manslaughter.’ Bullshit.”
“Manslaughter?”
“It means the crime is deemed an accident. Or at least not as severe as, say, first-degree murder.Officially, of course, we’re all to be treated the same, yes? But that is rarely put into practice.”

Se ricordo bene (e sono sicura di ricordare bene), esiste un episodio di Law And Order – Unità Vittime Speciali in cui i poliziotti dicono le stesse cose parlando di persone di colore vs. persone di razza bianca. E penso che se aprissi un libro di sociologia americano o una rivista giuridica troverei le stesse esatte parole.

Ad ogni modo, per un sacco di capitoli si fa un gran parlare della superiorità dei GP (Genetically Perfect, il modo in cui i Divergenti vengono chiamati al di fuori della città di Chicago) contro le imperfezioni dei GD (Genetically Damaged), che risultano essere più inclini agli atti di violenza e meno inclini al rispetto delle regole e alla pace, e quando a Tobias viene detto di non essere un Divergente lui rimane sconvolto, e si autoconvince che non può essere altrimenti, che tutti quelli che gli hanno sempre detto che non era normale, che era uno “spostato”, avevano ragione, in primis suo padre, la cui unica cosa buona era la Divergenza, che non gli ha trasmesso.

Solo io vedo il buco di trama in tutto ciò? Cioè: se davvero il comportamento è geneticamente determinato, e i GP sono meno inclini agli atti di violenza dei GD, come si può spiegare il comportamento di Marcus nei confronti di sua moglie e di suo figlio? La risposta è che non viene spiegato, probabilmente nella speranza che nessuno si faccia questa domanda.

E poi ci sono un sacco di situazioni create nei due libri precedenti che vengono completamente dimenticate, e non so, forse è solo il mio odio per le situazioni irrisolte, ma credo che Veronica ci dovesse qualche spiegazione almeno sul perché Caleb avesse deciso di tradire sua sorella. Un paio di pagine poteva pure dedicarle a quello, invece che all’ennesima spiegazione sulla società fuori da Chicago.

4) I Personaggi 

Liberissima di introdurre tutti i nuovi personaggi che vuoi, Veronica, ma dimenticare di far agire e parlare tutti quelli che conoscevamo in precedenza per ricordarsene solo quando c’è bisogno di dare una lezione al protagonista del romanzo, che deve smettere di fidarsi di tutti tranne che della sua ragazza non è normale. Sì, Veronica, sto parlando di Uriah.

Ma anche di Peter, che è inconsistente nel romanzo, dopo essere stato quasi un protagonista nei due precedenti, e di Christina, che appare soltanto per farsi fare una promessa che tre pagine dopo verrà puntualmente smentita.

Caleb appare per più di qualche battuta, prende pugni dalla sorella, che alla fine si sacrifica per lui, dimostrando di essere la martire che abbiamo sempre sospettato volesse diventare, ma anche lui non ha una psicologia, Tris non si fa mai spiegare il perché abbia fatto quello che ha fatto e… boh, penso che una spiegazione che non fosse “è un GD”, o “ognuno di noi ha una parte oscura”, o “non sai quanto potesse essere convincente Jeanine” Veronica ce la dovesse—sì, mi ripeto, ma questa totale mancanza di psicologia dei personaggi mi ha infastidita tantissimo.

Gli unici due personaggi che hanno una qualche dimensione psicologica sono Tris e Tobias. Sebbene la prima sia la superdonna che capisce tutto al volo prima e la martire disposta a sacrificarsi per un fratello che l’ha tradita nel peggiore dei modi e il secondo non sia affatto il personaggio che ricordavamo dai primi due romanzi, ma soltanto un ragazzino che si fa sopraffare da tutte le cose che ha vissuto fino a quel momento.
Posso pronunciarmi? Nel tentativo di presentare Tris come un personaggio totalmente positivo, Veronica la rende inumana e antipatica. Non ha difetti. E quelli che ha diventano pregi, perché alla fine ha sempre ragione. Non commette mai errori, non è disposta a dare fiducia a nessuno, ma ha ragione a non farlo, perché puntualmente chi si presenta in un modo si trasforma in qualcun altro. Insomma, è un’automa che non sbaglia mai. E quel sacrificio finale, che viene presentato come tale, non riesco a non vederlo che come un atto di egoismo: sarebbe riuscita a convivere con l’idea che suo fratello si era sacrificato per guadagnarsi il suo perdono?

E Tobias… raggiunto da quegli spettri da cui ha sempre cercato di fuggire non è che la metà del personaggio che avevamo conosciuto in Divergent. E se, da una parte, la diversità si può imputare agli occhi dell’amore con cui lo vede Tris, dall’altra non riusciamo a scalfire la “realtà” di Tobias neanche quando gli entriamo nella testa, perché gli unici pensieri “autonomi” che escono da lì sono quelli che riguardano la sua relazione con Tris, non lui come persona, e non ci fanno capire chi è davvero.

5) Il Finale 

Dire che l’ho odiato credo sia poco, ma comunque questo è, e ora che ho finito la recensione posso permettermi di ignorare Allegiant per il resto della mia vita.

6) Il Messaggio 

Mi viene da pensare che la Roth non abbia una grande fiducia nel genere umano, perché quello che viene fuori da questo romanzo è che non riusciremo mai a cambiare la società in cui viviamo e che ci sarà sempre qualcuno pronto a pensare di essere superiore a qualcun altro, per la sua razza, religione, colore dei capelli o anche degli occhi. E lo trovo un messaggio terrificante da passare a un ragazzo le cui idee sono ancora in formazione e che costituisce il target di questo romanzo, perché lo si svuota di ogni speranza. Ed è svuotando i ragazzi delle loro speranze che non riusciremo mai a cambiare niente, perché sono loro le speranze del mondo.

Spero si sia capito che i motivi per cui questo libro mi è rimasto così indigesto sono tanti e diversi. La mia valutazione è 1,5 stelline, arrotondate ad 1, perché non ho intenzione di permettere che le ultime trenta pagine migliorino il mio giudizio sulle altre 500.

 

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